Scrivere quello che non ammazza (e ingrassa).

“Prima di cominciare a scrivere bisognerebbe avere qualcosa da dire”

Ergoterapia creativa: somministrazione del dosaggio letterario in compresse autobiografiche e supposte epistolari.

“Un bel tacer non fu mai…” (prima di mettere in moto la lingua collegarla al cervello)

Un maestro di “scuola della vita”, creatore di slogan pubblicitarii, castrava le mie aspirazioni poetiche con bordate stile “Prima di scrivere…di mettere in moto la lingua…”. Che tristezza, che peccato, quante occasioni di libero delirio “sparse nel vento!” o forse meno male: tanto, troppo tempo vissuto nel pudore, la preoccupazione di esprimermi liberamente al fine di render pubblico soltanto “il meglio” trasformandomi inesorabilmente in un’osservatore un po’ represso, un animaletto fremente sempre sull’orlo del precipizio espressivo invece dell’ennesima caricatura blaterante a vanvera. Forse è paura di volare, ma credo vada a periodi.

Non è sempre stato così, non era così ai tempi del punk, della wave e successivamente del grunge e dell’hip-hop, del maggio studentesco, ai tempi della pantera, di quando c’era lui caro lei, ai miei tempi, bei tempi, che tempi, il rochenroll, “golden years” e vai di nostalgia: ai miei tempi miei proprio miei miei ci pensavano le creste, lo sfregio, il nichilismo arrembante, il primo impatto con le mode. A volte bastava la semplice, fiammeggiante presenza, quel minimo di padronanza delle nuove sonorità cibernetiche, quel po’ di dimestichezza con l’arcobaleno acrilico e catodico, una certa confidenza con il pattume, gli scarti, i cascami mutanti per dischiudere le porte alla pura Esperienza, senza mediazioni mentali, in piedi, lì, tutti belli interi a farsi sventrare dalla vita.

Che siano state le frasi “prima di scrivere collegare…” et similia a suscitare in me l’ansia, il desiderio anche aggressivo, autolesionista, di esercitare l’osservazione pura senza interferire, proferire, ferire gli accadimenti con ulteriori interventi, senza commenti. Indossare lo scafandro e comportarsi da astronauta fino a perdere del tutto o in parte le motivazioni, il coraggio per agire le interazioni, interagire: trattare la realtà circostante come fenomeni esterni al mio involucro organico.

Ma credo vada a periodi. Forse la proverbiale, zodiacale curiosità, mercuriale ed arrembante, intrusiva e ladronesca si è spinta troppo oltre. La parola d’ordine del “bel tacer” adottata in questi anni (era il 1996. nda) non è più roba per me. O meglio non lo è più come intimo intento dato che non riesco più ad esercitarla impeccabilmente: mi tradisco, scivolo, cado, mi esprimo addirittura “troppo” se esiste un troppo quando un cuore s’apre. “Cicio no xè per barca” e la lascia andare, che sia ferma o in movimento.

Saranno le frasi fatte buone per adolescenti dei centri sociali d’ogni ordine e grado stile “mamma non torno”, gli editti nativi degli indiani nordamericani, la letteratura europea decadente e maledetta, i miti giovanilistici della rivoluzione industriale e consumista, sarà quel che vuoi ma è arrivata la rinascita, il vento e tornato a soffiare. Dal porto di Ravenna salpa la corazzata rompighiaccio e spartiacque. Salpa dalle sponde della stessa Romagna in cui sono nato 32 anni fà. (20 anni fà. nda)

 

Questo è il tempo dell’esprimermi,iniziano così le celebrazioni evangeliche per il compimento del trentatreesimo anno d’età. Punto di non ritorno, rito tribale, ove vengono definiti i termini, separato l’olio dall’acqua, gli arrivati dai dispersi “con buona pace dei brutti che si videro consegnare uno specchio si da potersi guardare..” e a proposito di Lucio Dalla e di citazioni, qui, in casa dello zio Franz, ho trovato questi strumenti di lavoro:

“Intaccati dall’oblio, rimaneggiati e contaminati da nuove esperienze, i nostri ricordi evolvono nel tempo. Persino le cosiddette “pietre miliari”, quegli eventi fondamentali che hanno segnato i passaggi importanti della nostra vita sono tutt’altro che stabili nella memoria”

“La memoria…costituisce un “vantaggio” ed ha un “valore” che sembra essere opposizione al ruolo negativo dell’oblio. Eppure, se noi non dimenticassimo non potremmo apprendere qualcosa di nuovo, correggere i nostri errori, innovare i vecchi schemi…”

“…ci aggrappiamo incoscientemente ad una sorta di principio di immutabilità e di fedeltà dei nostri ricordi, possiamo provare l’inquietante sensazione che le nostre memorie non siano veritiere, che esse non appartengano interamente a noi ma che possano derivare dalla sovraimpressione di esperienze che si affollano nella nostra psiche, bersagliata com’è in questa società delle immagini da una ridondanza di figure, messaggi, informazioni…”

E con queste poche semplici affermazioni di Alberto Oliviero ho concluso: ordinario di psicobiologia alla “Sapienza” di Roma, tema “Memoria e oblio” dalla rivista “Psicologia” del Giugno 1993.

Ho compiuto questo tratto di percorso, voglio fermarmi e segnarlo. Credo vada a periodi, questo tempo per la mia scrittura ha il vento in poppa.

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Bagnacavallo, anno 1996, via Bruciamolina: usando un vecchio Windows mentre scrivo e stampo fatture per l’architetto, lo zio Franco Verlicchi nella sua casa in campagna.
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