1996: le trait d’union.

(1996-2017: ero giunto in un modo o nell’altro. Torno e ritorno nei luoghi e nei tempi atti allo scrivere; ecco il vetro specchiante, luminescente, il monitor informatico dove riflettermi, riflettere).

Ecco la casa del pensiero-reso-forma, la casa di un architetto: accogliente, confortevole, ricca di testo e di immagini, fatta per essere vissuta corpo e mente, piena di super-specchi, trans-parents. Grande biblioteca quella dello zio Franz. La osservo pensando ai titoli della mia biblioteca interiore: tutti molto funzionali, manualistica, poca poesia, pochi romanzi.

Osservo le mie mani, queste strane mani nè troppo curate a causa dell’ozio intellettuale nè troppo rovinate dalle prove pesanti alle quali talvolta le sottopongo: ci sono voluti questi anni di prove estreme per conoscere e sperimentare i meccanismi di questo alambicco organico in cui mi trovo e vivo, come una cavia forse sfuggita alla gabbietta ma che sbatte il muso contro i confini del laboratorio intero.

Il corpo “palestra d’ardimento”, attraverso “lui-me” io desidero. E quando l’esperienza si accumula provo uno sfrenato impulso autodistruttivo, la ricerca di oblio della mente sovraccarica come quando accostandomi al computer parallelamente bilanciavo con la danza africana e poco prima avevo inaugurato un ciclo lavorativo in psichiatria e contemporaneamente mi sposavo con una poetessa anti-psichiatrica oppure prima ancora lavoravo in agenzia di pubblicità e nelle cose “per bene” ma la notte “pogavo” nei centri sociali ed in discoteca dove consumavo amori occasionali.

Dunque ecco Massimo Maria Apollonio Verlicchi: ho lanciato questo “coso” in imprese disperate come il lavapiatti in McDonald’s oppure l’agricoltore brasiliano di comunità montana, il facchino (pardon) operatore psichiatrico, lo stacanovista del terziario avanzato milanese, il ballerino africano innamorato, il nottambulo discotecaro stile ragazzo ye-ye, il professionista del vagabondaggio autostoppista. Anche le esperienze biochimiche, i cosiddetti “viaggi interiori”, hanno avuto il loro peso: caffeina e zuccheri, l’alcool, le sostanze psicotrope, le emozioni forti che regalino adrenaline, endorfine.

Eroina no, non sono mai stato oltre il “punto di non ritorno”: soltanto nicotina ed alcool mi fanno rischiare grosso e ancora adesso credo di avere una forte dipendenza dai “pensieri”: belli, colorati, mescolati ad emozioni, filmati e scritti, i pensieri sono una droga potente che a volte non lascia dormire.

Come manovale del pensiero non ho mai avuto la cautela di sapermi organizzare un vero piano di salute mentale per disintossicare la mente sovraccarica dai troppi pensieri: andare a lavorare è stato talvolta un “banzai” quotidiano, l’annullamento del centro vuoto ed equilibrante, il tentativo costante di battere il record classico di affollamento della cabina telefonica.

Ma in questi tempi di “ricerca dell’oblio”, del “dimenticare tangentopoli” quasi una “restaurazione” dopo la “rivoluzione” francese, i piani Marshall dopo le guerre mondiali, la moda che mimetizza lo stato di polizia, le ideologie e le post-ideologie mentre l’impegno politico (sinonimo della vita stessa) scompare rannicchiandosi a riccio in mondi meditativi, autistici, isolazionisti, autoreferenziali e puramente contemplativi, ebbene ecco: in questi tempi di retroguardia decido di “eccedere”, abusare, “farmi” o meglio disfarmi di fottuti, mnemonici, neuronici, sinaptici, imbarazzanti PENSIERI.

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