Pausa

Sono esperienze che camminano parallelamente all’individuo conscio, fanno integralmente parte della sua esperienza ma non vengono considerate fondamentali.

Anzi, vengono facilmente rimosse, quasi a vergognarsene o semplicemente non badandoci troppo, come sogni frammentati che si dissolvono con i pensieri del mattino: le incombenze, i doveri, gli appuntamenti. Sono esperienze a tutti gli effetti, sono rilevanti: restano impresse nel codice genetico e non se ne andranno mai più.

Verranno ereditate, anche se in modo impercettibile. Talvolta riusciamo a farcene una ragione, le spolveriamo fuori dalla soffitta delle cose inutili o troppo vecchie e le mettiamo in bella mostra, illuminate e facciamo partecipi gli altri della nostra consapevolezza acquisita, della gioia ritrovata. “Era un caro ricordo dimenticato ma ora e’ ritornato fra noi, qui, nel presente: se e’ stato tanto caparbio da riemergere, forse non ci lascerà mai più. Era un ricordo imbarazzante, rimosso a stento, con fatica…se e’ riuscito a riemergere vuol dire che c’è qualcosa di irrisolto…”

Ecco, suona meglio il gioco degli Dei e’ dimenticare”. Non so di chi sia questa frase, l’ho copiata involontariamente e redistribuita a più riprese: dei immortali, mitologici, onnipotenti…dimentichi di quando eravamo umani? O del fatto di essere “dei”? Se sono Dio e voglio provare un giro di giostra sul pianeta degli uomini non devo fare altro che incorporare un mortale all’atto della nascita e…voilà!

Piccolo problema umano, dimenticherò ciò che sono in quanto Dio ed il gioco è fatto! Il gioco degli Dei e’vivere nel morire! Dimenticare cioè di essere immortali…

Ma se invece il gioco si fa complesso? Se ad esempio ci fossero due fazioni? L’una che si adopera per far si’ che l’uomo resti inconsapevole esecutore, esile marionetta del disegno imperscrutabile e l’altra, quella più possibilista nei confronti dell’umana cosa, che si adopera invece per farci giungere a piccoli passi nella dimensione sovra-umana, semi-divina.

Dunque, poniamo che ognuno di noi sia un Nume, un Vento Solare, l’Anima di una Stella, un Desiderio di Immortalità esaudito (cio’ spiegherebbe il costante aumento degli abitanti del pianeta: dev’essere una Disneyland galattica di successo…) e che ognuno di noi conservi in se’ una minima consapevolezza del suo Essere Divino ma abbia il buongusto (la decenza) di dimenticarsene all’atto di nascita.

Per alcuni di noi (i cosiddetti uomini e donne di buona volontà) a questo punto si pone il problema di risvegliare, a piccole dosi e senza strappi, la memoria dell’eventualità, della possibilità. Del tipo: vi e’ mai capitato di pensare anche solo lontanamente e senza ausilio di macchine utensili di poter volare? Si, dai: nel blu dipinto di blu…questo e’ un lavoro per Superman…quella cosa lì, dai!

Non vi e’ mai passato neanche per l’anticamera del cervello!?! Con tutto il cinema, i fumetti, i videogames, le immagini sacre nelle chiese, i documentari sul volo degli uccelli e sulle macchine di Leonardo, le figure acrobatiche di paracadutisti, trapezisti e antennisti ma soprattutto durante un ingorgo nel traffico in tangenziale davvero non vi siete mai chiesti “E se…?” Da bambini, certo. E con la certezza che prima o poi ci sareste riusciti. Poi il nulla.

Fino a quel giorno, un giorno che può capitare a chiunque di noi, un giorno che capitò a me. Mi svegliai a casa di Maddalena, vivevo e non vivevo con lei da qualche mese. C’erano i suoi figli, c’era l’assistente sociale, era una casa in centro, c’erano problemi con la vicina ed altri di relazione con il quartiere. C’erano soprattutto feste e movimenti serali estivi a turno su e giù per la collina di San Giovanni, l’ex-manicomio. C’era l’intrusione reciproca nelle vicende l’una dell’altra.

Eppoi c’ero io, che tendevo al nomadismo come mai in vita dopo cinque anni di Milano durissima, faticosissima. Io che avevo sciolto gli ormeggi e navigavo felice nella irresponsabilità dopo le prove severissime, durissime a cui venivano sottoposti coloro che si addentravano nelle cittadelle fortificate del terziario avanzato.

Io che mi ero liberato dai doveri dell’eta’ adulta e come un Peter Pan che si rispetti…avevo ripreso a volare! Si, forse era banalmente questo il motivo di un senso di vacuità di leggerezza che permetteva a me e a chi mi stava vicino di ritenere che tutto fosse possibile: ciò che trasmettevo era questo, e questo realizzavo. Non che non avessi anch’io la mia pena, il mio piccolo dolore personale da coltivare per sentirmi umano fra gli umani, ma era pena d’amore, abbastanza gestibile. E poi c’era Maddalena, le cose si stavano mettendo al meglio: erano in arrivo nuove avventure, altri orizzonti si aprivano davanti a me che avevo ripreso a guardare al mondo, al futuro con gli occhi di un bambino-anzi-due! Inga e Timothy, i figli di Maddalena.

(qui forse c’è il racconto del sogno e per certo la foto dell’affresco fatto in largo granatieri)

E quel mattino, nonostante la serata fosse stata stravizievole e albeggiante, mi svegliai sereno, riposato e con un senso ulteriore di levità. Era come se fossi appena atterrato, il che è esattamente ciò che il sogno lascia in consegna a qualsiasi individuo sonnecchiante, l’esperienza del dormiveglia: eravamo angeli svolazzanti ed invece eccoci qui, sotto le coperte, con questo orribile sapore di topo morto in bocca e le propagini che riprendono a gravitare in sincrono con il giro di giostra del sistema solare e noi debuttanti scaraventati in mezzo al Valzer Viennese di Capodanno.

Era una casa vecchia che doveva essere completamente ristrutturata, ma sembrava la reggia di Versailles, i bambini erano già a scuola, Maddalena a lavorare ed io…mi sollevai dal letto e pensai che forse era il caso che mi dessi da fare anch’io. Ma fare cosa? Seduto sulla sponda del letto dondolavo con il cervello da una parte all’altra della mia esistenza alla ricerca di un pensiero negativo che giustificasse il mio buon diritto a scioperare e non alzarmi ma…nulla. Ero un personaggio che le aveva tentate tutte pur di farsi scivolare la fortuna fra le dita, ma questa restava sempre impigliata in qualche modo ed era problematico disfarsene.

No, non soldi o potere, ma amore: quello che avevo chiesto ad una zingara anni prima, dovendo scegliere fra danaro, potere ed un’altra cosa che non ricordo…scelsi l’amore. La vecchia matriarca scese dal camper parcheggiato nel golfo di Sistiana e storse il naso, ma mi diede un paio di incarichi da svolgere e pare che da quel momento non sa più riuscito a liberarmi da quell’esaudimento gitano, tant’è che sono qui a dover svendere un racconto della mia vita pur di racimolare un po’ di quel consenso disperso per amore ai quattro angoli dell’esistenza. E più pensavo alla fortuna che mi perseguitava in amore, più mi facevo una ragione della mia sfortuna al”gioco-del-lavoro”.

Giocare, lavorare…per me pari sono. Non mi soffermo in un’ambito lavorativo più a lungo di chi si soffermi al tavolo del suo gioco preferito finché non gli viene a noia. Capisco, è scandaloso, ma tant’è: lavorare stanca, giocare diverte ed io preferisco giocare con il lavoro anziché lavorare e deprimermi. Scusate ma forse è un bene per tutti: per ogni “scansafatiche” come me che non accetta di piegarsi a stress ed usura malpagate ce n’è a decine ben disposti a farsi vessare pur di migliorare la loro personalissima condizione economica, esistenziale: è giusto che siano loro a “dominare la terra”.

Io preferisco volare, per quanto “pindarico” possa sembrare.


Datato primi di novembre 2007, durante la maratona "Isola dei Famosi - Second Life"
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