…lavoro: 1964-71

“Quello che non ammazza, ingrassa”

Secondo una qualche teoria medica, il nostro organismo necessita di sette anni per non essere totalmente più lo stesso di sette anni prima. Intendo “ogni cellula”, ogni neurone, ogni fottuto atomo fotografato e schedato nel 1990 non sarà più lo stesso nel 1997. Questa certezza è motivo di scoramento e obbiettivo di crescita per tutti gli alcolisti: il numero sette (detto “il Carro”, tarocco della spiritualità che agisce) è assolutamente pretestuoso, anche se in questo caso ci azzecca parecchio: consapevole degli aspetti negativi in cui posso incorrere nel pilotare questo “carro-computer” lungo questi segmenti lunghi sette anni ognuno (incapacità, mancanza di talento, di tatto, della diplomazia o di spirito conciliatore, cattiva condotta, malgoverno) m’assumo la responsabilità dei rischi che questa ricerca di mia personale verità comporta.

1964 – 1971: la nascita romagnola, l’asilo giuliano, le elementari friulane.

1972 – 1978: terremoti, epilessie, divorzi, allergie, festini, traslochi, yeah…

1979 – 1985: Trieste, le arti e l’onda che arriva fino a Londra

1986 – 1992: la naja, cinque lunghi anni a Milano, il ritorno a Trieste

1993 _ Q: viaggio in Brasile, rientro in Europa.


Antefatti: c’era una volta una seconda Guerra Mondiale e Lucio, un giovane ufficiale in licenza di ritorno dal fronte albanese, chiede a Miretta di sposarla. La vita continua: nasce un bimbo, il mitico zio Massimo, che muore piccolissimo. Lucio poi finirà la guerra in Polonia, in un campo di concentramento, tornerà a casa con i nervi a pezzi.

A Trieste la guerra finirà molti anni più tardi che nel resto d’Italia (a dire il vero non credo sia mai finita) ed oggi come allora le psicologie in questo luogo sono piuttosto crude, non è una città facile per molti validissimi motivi. La gente è agitata, tutti i cuori sono in tumulto, nessuno escluso. Amici che tradiscono, uomini e donne travolti dalle loro passioni, anime deluse ed ansiose per via delle aspettative tradite.

Nel bailamme del dopoguerra triestino nascono Daniela e Giovanna e “per amor di quieto vivere” Miretta si trasferisce presso conoscenti di Lugo in Romagna, fungendo così da capro espiatorio per tutta una comunità e permettendo alla partita con il destino di continuare, piantando un puntello di italianità nel sangue misto della discendenza. Così, per mia fortuna, Daniela atterra sul morbido materasso romagnolo.

Quando mia madre incontra Antonio, detto “Johnny”, sono i tempi di twist, rock&roll e cha-cha-cha. Antonio compra dischi per le feste, sa ballare ed è aitante: in questi giorni di scrittura romagnola del 1996 nella casa di suo fratello, lo zio Franco mi ricorda il temperamento originario di Antonio e di come fosse il preferito dal padre in quanto spaccone “contaballe” e sprezzante del pericolo. Era senza il senso del danaro ed aveva il fascino sorprendente dell spaccone. Ma anche Daniela era a dir poco graziosa e intraprendente.

Io nasco l’anno in cui muore la bisnonna Montanari, sembrerebbe tutto secondo natura anche se Daniela ha soltanto quindici/sedici anni: ai due sposini (a Daniela in particolare) esplode la frenesia del ritorno a Trieste, complice uno scalpitante Lucio Apollonio il cui andirivieni dalla Venezia Giulia alla Romagna per visitare le figlie aveva mantenuto morbido l’impasto alto-adriatico facendo si che i “cibi” non attaccassero alla pentola. Primo serio input educativo, dunque, sarà un bel viaggio lungo la statale “Romea”.


La scuola matellna di via Tol Cuchellna

Ci sono luoghi dove il tempo “viene fermato”. Niente di poetico o di magico in questo “dato del fato”: sono luoghi costruiti o preservati in un certo modo, pensati per rimanere immutabili e gli architetti, ed i restauratori si tramandano taciti segreti per il loro mantenimento. La decadenza, la barbarie, la mancanza di legami affettivi con gli edifici, l’incomprensione e la perdita delle funzioni originarie possono far desiderare la cancellazione del mosaico architettonico che nulla ha a che vedere con raziocinio, praticità e via delirando…

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La collina di San Giusto è un esempio di come le funzioni seguano la storia e trattengano un vissuto sedimentandolo per poterlo trasmettere alle generazioni successive. Vicino al castello, a ridosso della Tor Cucherna, c’è ancor’oggi un asilo-nido. Vengo deposto lì. Il ricordo più nitido che ho di quei due anni passati alla “Scuola Materna di via Tor Cucherna” è un collage (la cosiddetta “arte del secolo”) fatto a quattro mani con la maestrina: un bimbo vestito da marinaretto che pesca un pesciolino rosso. Lo eseguivamo mentre fuori il vento spazzava il mare in una giornata splendida e di luce abbagliante. Dalle finestre qualcosa nell’aria come diamanti, squarci di gradinate in pietra arenaria, un pianto caldo all’entrata del portone e la luce di quel posto magico ed affascinante. Abitavamo in via Fornace, appena sotto il castello. C’era la casa dove, giocando, sbattei con violenza la porta in faccia al mio fratellino, tagliandomi ferocemente la mano nel vetro infranto. Istinti autolesionisti che si ripeteranno, inconsci, fino ad oggi.

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Sempre sotto il castello di San Giusto ma sull’altro versante della collina c’è Via Fornace, la casa dove ricordo nitidamente una lampadina notturna illuminare un numero infinito di mattoncini Lego, zia Vanna e Daniela che indossavano vestiti di carta davanti all’immensa specchiera decò, la bisnonna detta “nonna Piccola” che cercava di divertirmi con un pupazzo di quelli che si indossavano come un guanto, la scimmietta Brigidin, ottenendo come unico risultato un pianto a dirotto spaventato*. C’è una scena di spinaci rifiutati e qualcosa sui vicini di casa, amici di famiglia.

Come insegna Paul Watzlawick nel suo illuminante manuale di “Istruzioni per rendersi infelici”, una delle regole d’oro per rendere questa esistenza noiosa e pesante consiste nel creare un filtro che lasci trasparire il bello ed il buono nella luce più trasfigurante. Solo chi non riesce a mettere in opera questo espediente ricorda la propria pubertà (per non parlare dell’infanzia) con crudo realismo, come un periodo di insicurezza, dolore del mondo, ansia per il futuro.

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La notte del Capodanno 1991/92, quella assurda notte in cui tornavo a Trieste dopo cinque anni di milanesità, vagando per le strade alla ricerca di un senso a quella ennesima rimpatriata, tornerò in via Fornace per catturare qualcosa di quella tenerezza, di quel senso di tepore che la memoria conservava. Ma l’appartamento è al primo piano, la città è inquinata e tutto sembra più squallido e degradato.

In quella famigerata notte in cui più tardi verrò anche pestato (si, picchiato, malmenato, preso a pugni da un vigliacco più grande, grosso e ubriaco di me in un locale denominato “quindici Rosso” dove stava mettendo dischi l’amico Mauro 15) dicevo, in quella notte del rientro a Trieste dopo cinque anni a Milano mi rifugerò da Libero, il mitico ritrovo per studenti e viaggiatori triestini d’ogni censo a due passi da quella casa di via Fornace, luogo e tempo di appartenenza: fra gli sguardi allupati delle vecchie alcolizzate, nella allegria di una taverna degna del miglior racconto di pirati (rendeva bene l’idea della bettola ai confini della Galassia di Guerre Stellari) salutavo il tempo del radicamento triestino, riconoscendone tutta la portata..


  • nel 1996 avevo scritto “la bisnonna Piccola – la madre di Miretta – che mi agitava un guanto marionetta – sembiante una scimmietta – con mio sommo rammarico”
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