In collegio

E’ il 1979 ed il dado era tratto. In qualche modo ero tornato a Trieste.

A Trieste ci viveva anche mio padre, ma non me ne resi conto subito. Vivevo nella zona Universitaria: gran bella vista, silenzio, campo da tennis e pallacanestro, istruttori gentili. Alcuni erano universitari che si guadagnavano vitto e alloggio con delle informali mansioni di sorveglianza talvolta senza capo ne coda.

Nei primi giorni di collegio imparai subito che l’esperienza scoutistica dell’adolescenza friulana era stata uno scherzo e che vivere “in branco” era molto ma molto più crudo anche perché, nella fattispecie, la convivenza con i “fratelli” non si limitava al periodo di gioco fra scuola e casa ma era una costante ineludibile, ci dovevi fare l’abitudine. Per fortuna, e non per tutti i miei compagni era così, spesso e volentieri tornavo a casa.

E di case ce n’erano dove tornare: quella della nonna in via Commerciale con il giardino a terrazza e l’enorme ciliegio. Oppure da mia madre a Pordenone viaggiando a quattordici anni da solo in treno o accompagnato dal nonno che in alternativa mi portava nella sua Grado. Oppure, per qualche raro, saltuario weekend da mio padre. In tal caso c’era Gabriella, la sua amante dell’epoca, fornita di decapottabile rossa sportiva. Era uno dei miei momenti preferiti quando il sabato pomeriggio entrava dal vialetto d’ingresso di via Cantù con foulard e occhialoni neri da diva per venire a prendermi generando le classiche battute ammirate dei miei compagni.

A volte era veramente eccitante vivere allo stato brado. C’era una sorta di non-controllo responsabilizzante, niente da “fuoriditesta” anche se le abitudini di un gruppetto di ragazzi provenienti dall’istituto di Gorizia appena chiuso mi fece intuire che stavo vivendo una situazione eccezionale per gli standard dei collegi statali.

Libertà, al Nazario Sauro di via Cantù c’era libertà. Ed il bello è che andavo bene a scuola, andavo davvero bene. Merito anche della presenza di Roberto De Marin, un istitutore che sorvegliava i nostri pomeriggi di studio obbligatorio e che occupò una stanza vuota del pianterreno per allestire una camera oscura. E’ grazie a lui che imparerò a sviluppare e stampare fotografie in bianco e nero, cosa che mi salverà la vita durante la naja e che mi faciliterà nei primi anni della grafica pubblicitaria rendendomi chiaro lo scuro, “schiarendo oscuri meccanismi” da apprendisti stregoni della fotolitografia.

Lo sviluppo della pellicola impressionata dalla luce, il contrasto fra chiaro e scuro, il punto di vista, l’ottica con cui lo si affronta, le scelte da compiere per affrontare l’esperienza della visione. La visione: parola chiave di una fotografia vissuta come il poetare pedagogico di un vero docente che usava la metafora alchemica per narrare il processo in divenire della vita stessa.

Incontrerò di nuovo Roberto molti anni più tardi, nel 1992, tornando da Milano. Lo troverò stivato come una sardina a fare il funzionario di un apparato burocratico statale della formazione professionale in Scala Cappuccini. Non era più il giovane istitutore ma era ancora capace di trasformare il piombo in oro, facendo comporre immensi mosaici a spese dei contribuenti e inventandosi un caso di successo facendomi intervistare da un giornalista per un giornaletto istituzionale ghignando da dietro i suoi baffoni mentre teneva in bilico una pipa.

Con me, in collegio, c’era Francesco Sbergio, un ragazzo meridionale grassoccio dall’aspetto contadino del quale non avresti mai sospettato la grande sensibilità artistica. Con lui frequentavo l’Istituto d’Arte ma in sezioni diverse, assieme vivevamo i ritmi asincroni dettati dagli orari del Nordio che due o tre volte alla settimana ci costringevano a scuola anche otto ore per via dei laboratori permettendoci di sforare nei rientri in collegio e pranzare in mensa con più calma. Per lui sorrisi e piansi quando ricevetti la notizia della sua morte prematura da Davide Skerli, suo compagno di classe all’Accademia d’Arte di Venezia dove Francesco aveva proseguito gli studi dopo Trieste. Altri particolari della sua morte a causa di un incidente d’auto me li diede Mauro Goina, altro compagno dei tempi dell’Istituto d’Arte che condivideva con lui l’appartamento a Venezia nei giorni della tragedia.


 

Era un edificio esposto alla bora, il Nazario Sauro di via Cantù. Un arioso edificio moderno con infissi ridicoli e vetrocemento a go-go, corridoi esagerati ed un sistema di riscaldamento buono per la pianura padana, non certo per le muraglie ventose che si abbattevano dal Carso a 100km all’ora. Fu il luogo che mi temprò senza mezzi termini al freddo triestino e che favorì gli scambi di calore umano dal valore strettamente funzionale sotto le coperte che non bastavano mai. Non era omosessualità, non c’era malizia nello scaldarsi a vicenda certe sere di inverno in quel teorema architettonico molto bello ma termicamente poco isolato. E gli istitutori che ci beccavano a dormire in due nello stesso letto borbottavano ma sapevano di potersi fidare: d’altra parte nessuno ne faceva mistero.

D’altra parte era, per noi più piccoli, molto naturale il cercare di sopravvivere e non rischiare di morire assiderati utilizzando semplici tecniche di sopravvivenza, la malizia arriverà più tardi. I più grandi, quelli che studiavano per la maturità o che erano già all’Università non si sarebbero mai sognati di imitarci ma non si sognavano neanche di sfotterci. In compenso ricordo uno dei più belli e forti del gruppo, di quelli sempre alle prese con ragazze e gran giocatore di basket, girare con un enorme scialle comprensivo di berettino col ponpon, guanti in lana tutti fatti a mano dalla sua amorevole nonna con colori improbabili e qualche decoro floreale. Era vietato sfotterlo ma faceva molto ridere.

C’era poi Mesfun, un ragazzo napoletano di origine etiope (o somala) che fumava spinelli senza vergognarsene ed era così bello che le ragazze prendevano la “14”, la linea d’autobus che usavamo per andare a scuola, pur di “sardonarlo”. Era così seducente e consapevole della sua unicità (mulatto, altissimo, bello e dannato) che trattava ferocemente le sue ammiratrici. Una mattina salì sull’autobus indossando soltanto un lungo cappotto da pappone di Harlem con la stola di astracan per bavero e bottoni larghi come biscotti e quando la tipetta di turno più insistente e sfacciata di altre si avvicinò per corteggiarlo lui lo spalancò in perfetto stile esibizionista per presentarle un grosso calibro terrorizzandola. Per noi che ci vivevamo assieme non era una novità, ma confermò a tutti i frequentatori della “14” l’ipotesi che “quelli di colore ce l’hanno grosso” e soprattutto confermo a noi che vivevamo con lui quanto fosse gioiosamente, completamente pazzo. Non ricordo di aver mai riso tanto su un autobus a Trieste.

Uno dei motivi per cui stavo bene al Nazario Sauro era l’uso moderato del nonnismo. Un altro valido motivo per vivere lì era il pianoforte. C’era un ragazzo dei più grandi, tale Marello (più tardi nella vita lo incontrerò prima nella mobile e poi Ispettore di Polizia) che mi insegnava a suonare con lui. Facevamo delle suonate a quattro mani all’inizio improbabili ma poi via via negli anni sempre più armoniche. Il direttore, che aveva l’ufficio proprio vicino all’aula magna dove c’era il pianoforte,  ci interrompeva regolarmente quando ne aveva le tasche piene anche perché effettivamente suonavamo sempre le stesse cose.

Di quella tribù ricordo malvolentieri Cervellera, un istitutore goriziano dalle fattezze vagamente mongoloidi, a mio avviso un pedofilo. Accompagnava i ragazzi venuti da questa struttura d’accoglienza vecchio stile. Attorno a lui c’era un alone di paura, la sensazione che non fosse del tutto normale. Metteva le mani addosso a quei ragazzetti friulani provenienti come lui da Gorizia, inseriva quella nota stonata di perversione sessuale in questioni di amicizia maschile e di tensione omoerotica che inevitabilmente si crea in un branco di adolescenti dagli ormoni in subbuglio.

I veterani del collegio, quelli più grandi, non guardavano in faccia a nessuno: rendevano la nostra vita molto stile “campus”. Loro sì che avrebbero potuto fare ciò che il bastardo cercava di imporre dal ruolo sbagliato, ovvero il nonnismo. Ma non era elegante, e loro ci tenevano allo stile. Erano campioni di stile, sentivano la responsabilità di dover mantenere quell’armonia che aleggiava in via Cantù. Certo, qualche regalia gliela dovevi concedere: il campo di basket era quasi sempre in mano loro e se stavi suonando al pianoforte dovevi lasciargli spazio, sopratutto a Marello che ci teneva un casino.

Saranno loro ad affrontarlo e ridimensionarlo. Sarà una lezione utile, quella del cameratismo: uno stile di vita che incontrerò di nuovo sotto naja ed in altre situazioni del lavoro e che mi aiuterà a districarmi in situazioni difficili ma che la società incentrata su valori sempre più individualisti diluirà lentamente lasciandomi quel desiderio di “branco”, di comunità solidale che spesso sono tornato a cercare ma purtroppo anche fra gente sbagliata, nelle società che si definivano cooperative ed ispirate alla solidarietà ma che si sono poi rivelate accozzaglie di gente legata esclusivamente dal privato interesse.

Altro vantaggio del vivere in collegio al Nazario Sauro era l’ospitalità alle scolaresche romane in gita scolastica. Fu dopo una notte di allegro pomicio che alcuni di noi pazzamente innamorati, pur di non lasciar partire la gita, cercarono di forare le ruote di un autopullman rischiando di restarci nell’esplosione: non so se avete presente le camere d’aria di una ruota di pullman.

Fra quelle ragazze romane c’era Silvia Quatela: il mio primo amore triestino è stata una ragazza romana. Per lei cominciai a viaggiare fuori dal recinto altoadriatico giù, fino a Roma. Dopo di lei cominciai ad usare il telefono a gettoni e capii l’importanza di averne molti, di collocarsi per tempo dopo la cena in mensa in posizione strategica vicino alla cabina del telefono interna, il perno portante di quella vita fantastica che stava già per finire.

 

 

 

 

 

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