Autunno 2017

Sono momenti così, foglie secche ma ancora aggrappate a rami ormai stanchi di pompare linfa dalle radici fredde, rami che sentono l’avvicinarsi dell’inverno perchè non vengono contraccambiati con energia solare da quelle stesse foglie che si ostinano a trattenere. C’è quel momento nelle relazioni in cui il freddo dell’indifferenza, dell’insensibilità alle esigenze dell’altro rallenta fino a congelare ogni flusso empatico, ogni tentativo di riallacciare un discorso, prestare ascolto e compiere un gesto che rilanci la collaborazione, il senso di comunione ed appartenenza reciproche. Le foglie secche cadono e gli amori di stagione finiscono così, staccandosi dall’albero della vita e cadendo sul suolo umido degli autunni piovosi. Non intendo la stagionalità delle avventure estive ma stagioni della vita, grappoli temporali di entità e peso specifico variabili. La loro ciclicità e scontata: una relazione nasce nella primavera romantica dell’innamoramento, esplode nell’estate torrida e spietata dell’annullamento del se e della fusione nell’altro e si conclude come foglia al suolo nell’autunno degli ultimi tentativi ormai esausti di vicendevolezza fra cielo e terra. Inverno è assenza di relazione, solitudine, niente. O meglio niente per altri: tutto è per se.

Questa è la stagione del mio strano matrimonio romanticamente nato nel primo ed intensamente vissuto nel secondo anno. Poi l’inerzia, dato che si era manifestata tutta la caducità della cosa, la consapevolezza dell’inconsistenza del progetto di vita assieme sin dal principio: carattere troppo forte e volitivo il suo e troppo poca la voglia di assoggettare la mia esistenza ai capricci delle sue lune. Ho faticato per capire se la mia fosse una percezione esatta che si era fatta strada fra le illusioni di un incantesimo o piuttosto lo scherzo di un ego profetizzante che non voleva condividere a prescindere. Ho vissuto l’estate della nostra fusione accompagnandola nell’esaudimento dei suoi desideri cercando di sbloccare certi suoi flussi perchè al suo consumismo feticista, paranoico e privo di poesia si appiccicasse un po’ di senso altro, qualcosa di somigliante ad una umanità, ad una semplicità di cui lei non era e non sarà mai capace. Ho provato ad aprire lo scrigno della sua creatività sperando che imparasse a condividere con me la sospensione della contemplazione, il piacere del silenzio e dell’ascolto. Ma troppo meccanicista la sua mente, troppo logiche le sue sintesi: l’arte che ne è scaturita più che alchimia è farmaceutica standard. Ed io non ho simpatia per i farmacisti da bancone.

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