Zio Franco

Raccontare Giovanni “Franco” Verlicchi è un problema. Tanto per cominciare il fatto che sia ancora vivo e lucido non permette una sintesi definitiva sul significato della sua esistenza, delle sue scelte. Sappiamo che le motivazioni alla base dell’agire di ognuno sono dettate da una mescolanza di impulsi primari, immediatamente riconoscibili, ed altri soggiacenti, inconsci.

Ancora non sappiamo chiaramente il perchè Franco abbia preferito una condotta così “understatement” in termini professionali, quali le ragioni di un atteggiamento così critico verso gli schemi precostituiti del vivere sociale, della famiglia, della carriera.

 

 

Dicono che l’educazione al gusto, la costante ricerca di una armonia formale e la sua faticosa attuazione nell’ambiente che ci circonda porti appunto ad una severità, ad una sobrietà che nulla però hanno a che fare col moralismo e la taccagneria. E ci vuole una capacità non comune nel riconoscere l’aspetto più prosaico e ridicolo, se vogliamo, che si insinua nelle abitudini di chi si prende troppo sul serio. In questo senso mi sento tranquillamente di affermare che zio Franco è un dandy, ed il dandysmo è un esercizio che richiede una disciplina interiore basata sulla contemplazione delle pause come opportunità per rinunciare ad inutili ridondanze, a presenze inopportune o peggio ancora eccessivamente opportunistiche.

Prendiamo il riposino pomeridiano, la siesta: c’è un momento nella vita di Franco in via Bruciamolina che chi conosce la casa tende a render sacro. Avviene nel primo pomeriggio, dopo pranzato: l’architetto si ritira in buon ordine ed all’improvviso tutto tace. Le pavone strillano meno, le gatte ronfano, le galline partono in libera uscita ed il pappagallo Arturo smette di imitare i suoni circostanti.

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Gli artigiani fornitori operano in punta di piedi se non addirittura rimandano certe lavorazioni più rumorose, i creditori ed i debitori anticipano o tardano la loro interessata visita ed i parenti tutti scelgono attività che non comprendano la presenza dello zio. Ci si organizza prima o si rimanda a dopo, nell’ambito della sua siesta non esiste possibilità di interferire con il suo riposo.

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Non è il capriccio del gentiluomo di campagna in la con gli anni: da che io ricordi Franco ha sempre cercato di ottenere quella pausa mentale e fisica così inconsueta nella civiltà moderna delle professioni che vedono, nel pomeriggio lavorativo, la possibilità di concludere il pregresso mattutino, risolverlo a colpi di ulteriori caffè, organizzare il giorno successivo e prendere impegni per la serata, svolgere attività collaterali cercando di impacchettare la giornata e rispedirla al mittente come fosse una partita a tennis, nel campo avversario.

 

 

Per Franco è sempre stato diverso, Franco disegna di notte.

La notte è sempre stata il suo luogo sacro, l’altra polarità del suo agire, la controtendenza con cui aggirare distrazioni ed intrusioni nel suo processo creativo, ognuno può proiettare una sua ragione calzante.

A me resta la possibilità di descrivere ciò che ho vissuto in prima persona visitando le sue case nel corso di questo mio mezzo secolo di frequentazione delle mie radici romagnole, l’immagine di quell’immenso piano luminoso, il suo tecnigrafo, incandescente a dar luce al suo pensiero con lui concentrato nel suo disegno mentre attorno la notte era cornice. Una cornice impreziosita e resa misteriosa ed immaginifica dalla musica che Franco ascolta a volumi sostenuti dando così al tutto connotati che da ragazzo mi risultavano epici, misteriosi, trionfali.

 

(continuare sviluppando ricordi della stanza-voliera in via Emaldi, dei gabinetti sempre riforniti di riviste architettura, del coming-out fatto dopo la morte dei suoi parenti più anziani, della passione e competenza per la psicologia astrologica e per il giardinaggio, per la buona tavola, per le radici contadine ibridate con gli snobismi culturali, descrivere il suo rifiuto per le tecnologie troppo avanzate, il suo benevolo cinismo e la sua definizione estetica ed i limiti che si pone per non trascendere nel sarcasmo, la conversazione sul senso del ridicolo che subentra per necessità “dopo una certa età”, riferimenti ai nonni, fratelli e zii, l’importanza di Ines, della moglie Giovanna, di Marta e Sara)

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Zio Franco con me e mio fratello Alessandro ai tempi della morte di Antonio, nostro padre e fratello maggiore di Franco.
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